At the beginning, it seems easy.
You set a date, a moment.
You think: “There’s still so much time… it will fly by.”
And indeed, in the first days, time runs like a raging river.
Each hour is a step forward, each dawn a promise.
You feel light, almost euphoric: the future awaits you, and you stride toward it with great steps.
But then, at a certain point, something changes.
The river slows down.
The days stop slipping away quickly and begin to pile up, one on top of the other, like wet sand.
It’s no longer you who follow time: it’s time that watches you, that measures you.
“Waiting is the longest of roads, but also the most instructive.”
So wrote Rousseau, and now you understand its meaning.
Because in waiting you discover parts of yourself you didn’t know existed.
Patience, fragility, fear.
The ability to stop, to breathe, to listen.
The closer the moment comes, the sharper every detail becomes.
The ticking of the clock is no longer background noise: it’s a metronome marking the beat of your heart.
The air seems denser, the light slower to enter through the windows.
Every daily gesture takes on a new, almost sacred value: the morning coffee, the glance out the window, the silence of the evening.
And then the moment arrives.
You recognize it instantly, because time ceases to exist.
Only the seconds remain, the instants.
Your heart beats hard, as if trying to anticipate the answer about to come.
It’s an invisible threshold: on one side, everything you’ve been until an instant ago; on the other, everything you will be immediately after.
Fear passes through you, but along with it comes hope.
In those suspended breaths, you realize that whatever the outcome, it will be definitive.
And right after… time will start running again.
If it’s joy, it will slip quickly between smiles and lightness.
If it’s disappointment, it will still escape, taking pieces of you away to make space for starting over.
Khalil Gibran wrote: “The sand that slips through your fingers is the same that measures the time you have left.”
And in this waiting, you’ve learned to hold not the sand… but the instant.
When the day arrives, you will not be the same.
And not only because of what will happen,
but also because of the silent, relentless work of waiting on your heart.
Because every wait is a journey, and every journey changes us before we even reach the destination.
08-08-25, 9:30 AM. It’s not just a date, but the exact point where time will stop counting the days… and start counting the heartbeats.
Just saying. CJJ
Versione Italiana
P4Y Step 22 – Un respiro profondo… e poi niente sarà più come prima
All’inizio sembra facile.
Si fissa una data, un momento.
Si pensa: “Manca ancora tanto… il tempo volerà.”
E infatti, nei primi giorni, il tempo corre come un fiume in piena.
Ogni ora è un passo avanti, ogni alba una promessa.
Ti senti leggero, quasi euforico: il futuro ti attende e tu vai verso di lui a grandi falcate.
Ma poi, a un certo punto, succede qualcosa.
Il fiume rallenta.
I giorni smettono di scivolare veloci e cominciano a sedimentarsi, uno sull’altro, come sabbia bagnata.
Non è più il tempo che segui tu: è il tempo che ti osserva, che ti misura.
“L’attesa è la più lunga delle strade, ma anche la più istruttiva.”
Così scriveva Rousseau, e ora ne comprendi il senso.
Perché nell’attesa scopri parti di te che ignoravi.
La pazienza, la fragilità, la paura.
La capacità di fermarti, di respirare, di ascoltare.
Più il momento si avvicina, più ogni dettaglio diventa nitido.
Il ticchettio dell’orologio non è più un rumore di fondo: è un metronomo che scandisce il battito del cuore.
L’aria sembra più densa, la luce più lenta a entrare dalle finestre.
Ogni gesto quotidiano si carica di un valore nuovo, quasi sacro: il caffè del mattino, lo sguardo fuori dalla finestra, il silenzio della sera.
E poi arriva il momento.
Lo riconosci subito, perché il tempo smette di esistere.
Restano solo i secondi, gli attimi.
Il cuore batte forte, quasi a voler anticipare la risposta che sta per arrivare.
È una soglia invisibile: da una parte tutto ciò che sei stato fino a un istante fa, dall’altra ciò che sarai subito dopo.
La paura ti attraversa, ma insieme c’è la speranza.
In quei respiri sospesi, capisci che qualunque sia il responso, sarà definitivo.
E subito dopo… il tempo riprenderà a correre.
Se sarà gioia, scivolerà veloce tra sorrisi e leggerezza.
Se sarà delusione, scapperà comunque, portandosi via pezzi di te per lasciarti spazio a ricominciare.
Khalil Gibran scriveva: “La sabbia che sfugge tra le dita è la stessa che misura il tempo che ti è rimasto.”
E tu, in questa attesa, hai imparato a stringere non più la sabbia… ma l’istante.
Quando il giorno arriverà, non sarai più lo stesso.
E non solo per quello che accadrà,
ma anche per il silenzioso, implacabile lavoro dell’attesa sul tuo cuore.
Perché ogni attesa è un viaggio, e ogni viaggio ci trasforma, prima ancora della meta.
08-08-25, ore 9:30. Non è solo una data, ma il punto esatto in cui il tempo smetterà di contare i giorni… e inizierà a contare i battiti
Cosi. Per dire. CJJ

Ogni volta che ti leggo, sento che mi riporti al centro. Non mi condanni, ma mi accompagni. È come se mi sedessi accanto, in silenzio, e mi facessi sentire che non sono sola in questa sospensione. Che l’attesa può essere anche un abbraccio, se la vivo con occhi aperti. Mi ricordi che la vita vera non si misura solo nel momento in cui accade, ma anche in ogni respiro che lo precede. Che ignorare il presente è come lasciare cadere a terra un pezzo di destino. Che la fretta, a volte, è solo paura travestita.
E sai cosa? Hai ragione. Perché il tempo non rallenta o accelera da solo… è il cuore a decidere il ritmo.
Ci sei. E questo si sente. Apro il tuo blog 10 volte al giorno sperando in un nuovo post e quando lo vedo si ferma il tempo, si ferma il cuore e mi emoziono. Si anche per me l’attesa di un tuo post e’ come hai descritto il tempo che non scorre. Ti leggo come si legge una lettera che non vorresti mai finisse: con attenzione, con un po’ di timore, con la sensazione che ogni parola sia un filo che mi lega a qualcosa di più grande. E sì… se posso dirtelo: ti voglio bene. Perché certe parole non passano. Ti restano dentro. E ti cambiano. La notte e’ giunta da ore. Posso chiudere gli occhi e addormentarmi con il ticchettio del mio cuore.
Cuore. Cuore.
Paola, a volte mi sembra che tu renda tutto così… teatrale, come se ogni parola dovesse avere il peso di un epilogo. Non so se sia il tuo modo di sentire o di scrivere, ma non sempre mi ci ritrovo. Sarà che io la vedo diversamente, ma leggere un blog dovrebbe essere un piacere semplice, non un dramma in tre atti. Capisco la curiosita’ ma emozionarsi e sentire il cuore che si ferma, mi sembra un gocciolino esagerato. E’ anche vero che ognuno la vive a modo suo.
Maria, mi dispiace dirtelo, ma trovo il tuo commento piuttosto irritante. Io scrivo come sento, punto. Se per te è “teatrale” o “un dramma in tre atti”, è semplicemente perché la mia sensibilità è diversa dalla tua, e meno male, non farei a cambio. Non pretendo che tu ti “ritrovi” in ogni parola, ma almeno un po’ di rispetto per chi mette emozioni e tempo in quello che scrive sarebbe gradito. Non è “un gocciolino esagerato”: è il mio modo di vivere e raccontare. Se per te leggere un blog deve essere un piacere semplice, forse il mio non è quello giusto per te.
Io continuerò a scrivere così, con la stessa intensità che mi appartiene. E chi apprezza, apprezza e chi non digerisce, non legge. Cuore. Cuore. Ma non per te. Sigh