Ci sono conversazioni che sembrano non arrivare mai a nulla. Due persone che da tempo, si ripetono, che insistono sulle stesse parole, sulle stesse frasi, come se il dialogo non fosse altro che un’eco che rimbalza senza mai trovare una risposta in un tempo che ha perso i suoi confini. Ogni parola si spezza, ogni argomento sembra scivolare via senza lasciare traccia, e non importa quanto ci si sforzi, non si arriva mai a un punto d’incontro. Non c’e’ o non si vuole? Alla fine, “Va bene, così”, ma solo perche’ siamo stanchi di sentire un disco rotto e per chiudere la bocca e mettere fine a una lotta che nemmeno questa volta ha vinto nessuno. La paura e’ che quel “va bene” non risolva nulla, e, prima o poi, le stesse parole, le stesse scuse, le stesse cattiverie tornino a riproporsi.
Perché ci riproviamo? Perché torniamo a ripetere le stesse cose, anche quando sappiamo che non verranno comprese? È il confronto che cerchiamo, o è il bisogno di confermare la nostra verità, di ribadire che siamo nel giusto? C’è chi si ferma a raccontare sempre le stesse motivazioni, quelle che lo hanno portato ad essere come è, come se tutto fosse dovuto a eventi che non si possono cambiare, a verità incontrovertibili. Eppure, dietro queste giustificazioni, c’è spesso una barriera, una protezione, un tentativo di non affrontare il cuore del problema. Perché, quando una persona ripete sempre lo stesso racconto, ciò che emerge è una paura: la paura di confrontarsi con una realtà che potrebbe rovinare l’immagine di sé.
Ma c’è anche chi dice: “Ho fatto questo, ma non dipende da me”, come se questa separazione tra le proprie azioni e le proprie responsabilità fosse la chiave per evitare il peso di una verità troppo difficile da portare. Come se dire “non dipende da me ma dal momento” fosse una sorta di alibi, come se questo bastasse a dire: “E allora cosa c’entro io?”. Ma se non ci prendiamo la responsabilità delle nostre azioni, di quello che facciamo e di quello che non facciamo, non faremo mai il passo necessario verso la comprensione, verso una vera crescita. Perché la vera responsabilità non è solo riconoscere quello che è successo, ma accettare anche ciò che noi stessi abbiamo contribuito a costruire, sia nel bene che nel male; nella speranza di non rifarlo (solo cosi’ si cresce).
E allora arriva il momento in cui la stanchezza prende il sopravvento alla ratio e ci si chiede: quando riusciremo finalmente ad accettare che certe cose sono accadute, nonostante tutto? Quando saremo pronti a riconoscere le nostre ombre, ad affrontarle invece di nasconderle sotto il tappeto delle giustificazioni? Quando riusciremo a dire: “Sì, è successo, e io ne sono responsabile”, senza cercare rifugio in una verità comoda che ci protegge dalla realtà? Cosa posso fare per cambiarle?”
La sfida è proprio questa: accettare che le cose sono andate come sono andate, senza più nascondersi dietro la paura, la negazione o la convinzione che non dipendesse da noi. Perché solo quando smettiamo di raccontarci falsita’ su chi siamo, su cosa ci è stato fatto, possiamo davvero iniziare a capire l’altro, a vedere la realtà con occhi nuovi e a costruire un vero dialogo. E forse, solo allora, ci accorgeremo che non ci siamo mai capiti davvero, non perché non ci fossimo impegnati, ma perché non eravamo disposti ad ascoltarci fino in fondo, con il cuore e la mente aperti.
E allora, perché non allontanarsi, non decidere di chiudere quella porta, di perdere definitivamente chi ci procura solo dolore, che ci costringe a ripetere gli stessi errori, a rimanere intrappolati in un circolo vizioso di incomprensioni? Perché non riconoscere che rimanere in una relazione, in un dialogo che non porta a nulla, non fa altro che infliggerci ulteriore sofferenza? C’è una verità scomoda, eppure inevitabile: a volte, il passo più sano da fare è quello di lasciar andare, di accettare che il passato e la sua verità non ci definiscono, non sono più importanti. Come se decidessimo di buttare via i libri di storia, di liberarci di ciò che ci tiene legati a un’immagine di noi che non ci appartiene più.
Perché non accettare che un addio, anche se doloroso, può essere più salutare di una continua ripetizione di ciò che già sappiamo? Ogni tentativo di riaprire una ferita che non si rimargina mai non fa altro che amplificarne il dolore, senza mai trovarne una cura. La verità che non vogliamo vedere è che restare fermi, a ripetere le stesse cose, significa solo rinunciare alla possibilità di andare oltre.
E così, guardando tutto da una nuova prospettiva, mi rendo conto che non sono mai stato riconosciuto per quello che ero. Non sono mai stato valorizzato per quello che ero. E, ormai, non posso più credere in nulla di ciò che non esiste. Non posso più vivere nella speranza di una comprensione che non arriva mai, non posso più aspettarmi da chi non vede davvero la mia essenza, qualcosa che possa liberarmi. La verità è che il cambiamento comincia con l’addio, perché non c’è rinascita senza un distacco doloroso ma necessario.
C’e’ chi ha scelto di seguire il sentiero dell’egoismo, dove la giustizia è sacrificata sull’altare del denaro e dell’interesse personale, dove sentirsi inferiore significava non impegnarsi per alzarsi, ma costruire per abbassare. In questo cammino e’ stato messo da parte il cuore, relegandolo a un ruolo marginale ed il cervello ad un ruolo marginale, preferendo il tornaconto del momento che offuscava ogni valore. Io, partecipe involontario ma consapevole di questo gioco, ho voltato lo sguardo, fingendo di non comprendere, ma in fondo sapevo che la verità risiedeva nelle ombre, là dove l’autenticità veniva messa in secondo piano, convinto che con me questi meccanismi non sarebbero stati adottati.
La natura non tradisce mai la sua essenza. Così come il lupo non rinuncia alla carne, io non avrei mai dovuto ignorare ciò che mi sarebbe successo. Lo sapevo, in fondo. Eppure, ho scelto di fare finta di nulla, di non vederlo, credendo a chi, in fondo era solo opportunita’, convinto che un giorno avrei potuto cambiare la mia e la loro natura, accompagnandoli (illudendomi) in un percorso diverso.
“Chi guarda fuori, sogna; chi guarda dentro, si sveglia.” – Carl Jung.
Riflettete sul fatto che, sebbene possiamo illuderci e cercare di cambiare la nostra essenza, alla fine la verità ci chiama dentro di noi, dove risiede la consapevolezza e la realtà delle nostre scelte.
Vi auguro una serena vita ma, senza di me. Namasté.
Cosi. Per dire. CJJ
