Questo non è solo un post per raccontare “come ci vedono gli americani”.
È una riflessione su come rapportarsi alla vita in un altro Paese, su cosa significa essere se’ stessi in mezzo agli altri.
Perché prima o poi, in America, qualcuno ti dirà: “Che accento strano… da dove vieni?”
E lì avrai una scelta da fare: abbassare lo sguardo o camminare fiero nella tua storia.
Come ci vedono loro
Quando arrivi negli Stati Uniti con un passaporto italiano in tasca, ti accorgi che l’Italia ti ha preceduto.
Gli americani ci conoscono, o almeno così credono.
Per molti, l’Italia è “da qualche parte in Europa”. A volte la confondono con l’Inghilterra, sicuri che anche noi si guidi a destra. Per loro siamo pizza, pasta, lasagna, carbonara. Ma se provi a spiegare che cucini anche legumi, pesce azzurro, verdure o pane fatto in casa… spesso ti guardano stupiti.
Ti raccontano con orgoglio che adorano la “Pasta al pomodoro” (con il pollo alla piastra sopra) o la “pepperoni pizza”, e tu sorridi. Perché sì, quelle cose hanno un nome italiano… ma non sono nostre.
Sono piatti reinterpretati, adattati ai gusti locali. Nulla di male, ma chiamiamoli con il loro vero nome: sono ispirazioni, non tradizioni.
Siamo “lenti”?
Altra cosa che prima o poi ti capitera’ di sentire e’ :
“You Italians are slow. You like to sit and eat, to talk, to think. Here we don’t have time for that. We just work.”
Almeno a me è rimasta in testa quella frase.
È vero, qui si corre. Tutto è efficienza, velocità, risultati. Mi sono chiesto: da noi non si lavora?
Forse qualcuno no.
Ma tanti altri sì. Con passione, con dedizione, con senso del dovere.
E poi, non è ovunque così? In ogni paese ci sono persone che danno tutto… e altre che si risparmiano.
Noi ci fermiamo a mangiare. Sì.
Parliamo a lungo. Sì.
Beviamo un caffè con calma, anche due.
Gesticoliamo parlando. Si.
Ci salutiamo baciandoci. Si.
Ci teniamo per mano. Si
Ma non è un vizio, è il nostro modo di stare al mondo.
E i “mammoni”?
Un altro grande classico.
Siamo mammoni. Legati alla famiglia. Ai genitori. Ai nonni. A casa. Dovete lasciarli andare, i figli, non fare i genitori elicottero.
E sapete che c’è? È vero. E non me ne dispiaccio affatto.
È una fragilità, forse. O forse è solo un modo diverso di voler bene, di crescere, di appartenere.
Vivere qui. Da italiano.
Sei italiano. E non è qualcosa da nascondere.
Ma non basta.
Conta come ti comporti. Come lavori. Come sorridi. Come cammini. Come rispetti chi ti ospita. Ricordandoti sempre di capire i loro valori, la loro cultura, la loro tradizione e, pian piano, facendola tua.
Conta se riesci a essere fedele a chi sei senza diventare una caricatura di te stesso.
Conta se accetti che ogni stereotipo ha un fondo di verità. Quindi ogni volta che ti senti in imbarazzo ricorda che la nostra nazione ha dei difettucci, ma te puoi essere la differenza.
Non serve rinnegare quello di meno bello che abbiamo, serve ricordare anche quello di stupendo che abbiamo (magari non lo valoriziamo come si dovrebbe).
Serve integrare. Serve ascoltare, capire, rispettare.
Vai dritto per la tua strada.
E questo Paese, grande, con le braccia sempre aperte e incredibilmente voglioso di capire, ti abbraccerà. E se entri in un ristorante italiano chiamato Roma, non ti arrabbiare se sull’insegna c’è Venezia, non sono poi cose’ lontane 🙂
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Alla prossima tappa di questo viaggio. Fiero di essere italiano. Fiero di essere ospite di questo plendido Paese. Fiero di essere me. 🇮🇹🇺🇸
