Sono rientrato in Italia dopo 262 giorni negli Stati Uniti. Un rientro breve, tecnico, necessario. Ma sufficiente per capire cosa mi ha lasciato questa esperienza e cosa, invece, mi ha tolto. Non voglio dipingere l’Italia come un luogo di errori e ombre. Sarebbe ingiusto. Quello che voglio fare è descrivere le differenze che ho riscontrato affinché possano aiutarti nel programmare il tuo viaggio, nel percepire come le ho vissute per poterle anticipare o anche solo per poter dire che per te non è così.
La fila al semaforo, il non suonare, il “sir” e il “ma’am”
Dopo aver capito bene le differenze di guida, i semafori, lo stop dove ti fermi anche se non vedi nessuno (in Italia sfrecceresti senza fermarti) il voltare a destra con il rosso, le segnaletiche stradali diverse (almeno a me confondo tuttora) riuscirai a valorizzare cose importanti. Sono dettagli minuscoli, quasi invisibili se non li vivi, come la fila ordinata al semaforo. Il non suonare mai, nemmeno quando potresti.
il “sir” e il “ma’am”
Qui il “sir” o “ma’am” viene detto a chiunque, senza distinzione di età, estrazione, ruolo. La valorizzazione della persona come individuo, non come categoria. Mentre qui, in Italia, il TU ha preso il sopravvento, in US no, c’è una netta distinzione e questo diventa importante per riconoscere ruoli ed eta. A me piace davvero tanto, ma attenti lo usano molto di piu di noi e all’inizio va capito per poi usarlo nel modo giusto.
Non è perfezione. È un modo di stare al mondo che riduce attrito. Che ti fa respirare. Che ti fa sentire che, almeno nelle piccole cose, la vita può essere semplice.
La paura di sbagliare
Insieme a questa semplicità, almeno io vivo una tensione sotterranea> la paura di sbagliare. Molto dipenderà dal non capire al cento per cento tutto, alla differenza culturale ma negli USA sento spesso la paura di poter commettere un errore. Un errore sociale, un errore legale, un errore di comportamento. È una forma di disciplina, ma anche un peso che ti porti dentro. Forse perché 262 giorni non bastano per chiamare un posto “casa” e per conoscerne le dinamiche, ma sono sempre molto attento a tutto quel che faccio.
Il lavoro: linearità, responsabilità, merito
Il lavoro è stato uno dei punti più rivelatori. Allinizio è veramente complesso capire le differenze e le dinamiche, anche solo come dovevo compilare il resume. Poi ho capito che stavo sbagliando tutto, che non vale nulla la parte descrittiva della mia vita, qui contano numeri, risultati e skills. Inutile guardare troppo lontano non serve,. Negli USA tutto è più lineare: fai bene → vai avanti fai male → te lo dicono non ci sono zone grigie, interpretazioni, sottotesti.
La responsabilità è personale, diretta, immediata. Non puoi nasconderti dietro il gruppo, il contesto, la cultura. E questo ti costringe a crescere, a essere più chiaro, più efficace, più onesto con te stesso.
E poi c’è un’altra cosa: lì valorizzano la persona, a qualsiasi età, ruolo o provenienza. Non importa da dove vieni, ma cosa fai, come ti comporti, quanto sei affidabile.
Piccola città, grande lezione
Io non sono partito da una metropoli. Sono partito da una piccola città. E sono arrivato in una realtà americana altrettanto piccola.
Questo mi ha aiutato a integrarmi: ritmi più lenti, persone più disponibili, meno caos. Ma allo stesso tempo ha rallentato il mio sviluppo. Perché l’America vera — quella che ti travolge, che ti mette alla prova, che ti mostra i suoi estremi — la incontri nelle città grandi.
Se tornassi indietro rifarei tutto. SI. Ma sono altrettanto consapevole che qui non esistono radici, non all’inizio, dovrai essere pronto a muoverti, a relocate verso una città che ti costringe a capire davvero cos’è l’America per come la vivi te.
Il viaggio che ti svuota
Il viaggio di ritorno è stato estenuante. Ore e ore di spostamenti, coincidenze, attese. E mentre attraversavo aeroporti enormi, perfettamente organizzati, mi è venuto spontaneo pensare a una cosa: ogni città americana delle dimensioni della mia ha un regional airport. Un’infrastruttura che accorcia distanze, che semplifica la vita, che ti fa sentire connesso.
E noi? Perché no? Ottusità? Scelte sbagliate? O semplicemente un altro modo di pensare il territorio? Non lo so. Ma la differenza si sente, eccome.
262 giorni dopo
Questi 262 giorni non mi hanno fatto innamorare ciecamente dell’America, né disinnamorare dell’Italia. Mi hanno dato prospettiva e conoscenza.
Mi hanno mostrato che esistono modi diversi di vivere, di rispettarsi, di muoversi nel mondo. Mi hanno fatto capire che la semplicità non è banalità, e che la linearità non è povertà di pensiero. Mi hanno insegnato che cambiare luogo cambia te, anche quando non te ne accorgi. Mi hanno fatto capire che i fronzoli, non servono, poche cose, dirette, concrete e via, andare.
Ora sono qui, tra una valigia e l’altra, a chiudere cerchi e prepararne di nuovi. E mentre lo faccio, sento che quei 262 giorni sono stati un prologo necessario a preparami ad un alro pezzo di vita, a l’inizio di una storia più lunga.
Una storia che, per la prima volta, non so dove mi porterà. E va bene così.
Ti auguro di far sedimentare queste parole e di leggere gli altri spunti che ho riportato nel tempo. Non venire in US con la convinzione di conoscerla o adattarla al tuo essere, lei è diversa da come te la stai disegnando nella mente, da come spesso la vediamo nei film, da come hai vissuto città come New York. La vera America e anche altro e devi saperla vivere per quello che è senza chiedere troppo ma dando tanto. Alla fine, se varrai lei ti ripagherà molto di piu ma devi saper lottare, combattere, resistere e capire. Solo alla fine potrai sentirti pienamente dentro un ingranaggio diverso dal nostro. Io, dopo 262 giorni, posso solo dire di aver intravisto la strada, ma ho saldo quello che cerco e dove voglio arrivare. So che mi ci vorrà ancora un pochino ma sono convinto che ci arriverò e questo lo auguro anche a te. Vivi questa tua esperienza con il sorriso ma anche con tanto rispetto. Lei ti reconocerá rispetto allo stesso modo.
